LE ARTISTICHE VETRATE DI SANTA MARIA

Tra le tante opere d’arte di cui è ricca la basilica di S. Maria, notevole pregio per la loro squisita fattura e l’indiscusso valore artistico denotano le diciassette policrome vetrate istoriate, di cui nove collocate sulle due navate laterali, quattro all’interno della cupola, due all’estremità del transetto, una sul muro interno a ridosso del campanile ed un’altra all’interno della Cappella del SS. Crocifisso.
La loro singolarità è data dal fatto che non si tratta di semplici vetri dipinti, bensì di vetri soffiati, cotti al forno, collocati a mo’ di mosaico e legati a piombo.

Già al primo colpo d’occhio, esse offrono, sia al più qualificato esperto come pure al più semplice visitatore, un superbo gioco di luci e di colori che attrae, invita alla contemplazione, al raccoglimento, alla preghiera.

Ne è autore Padre Alberto Domenico Farina, nato a Gangi, in provincia di Palermo, nel 1921, valente artista che vive ed opera ancora, il cui grande merito è non solo quello di curare l’ideazione e il disegno delle sue produzioni, ma anche di seguirne minuziosamente la realizzazione in ogni singola fase, dalla progettazione alla posa in opera, perseguendo sempre il risultato ottimale.

Tutte le vetrate che si trovano nella basilica di S. Maria hanno una chiara intonazione religiosa e rivelano non solo il genio dell’artista ma anche la devozione del contemplativo mettendone in rilievo tutto l’afflato e l’anelito mistico delle anime privilegiate.

Ciascuna delle nove opere poste sulle navate laterali, laddove sino ad una ventina d’anni fa erano semplici finestre, misura cm. 170×92, e tutte raffigurano, in ordine cronologico, gli episodi più salienti della vita della Beata Vergine Maria.

Prima fra tutte viene rappresentata l’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine, indi, a seguire, l’incontro della futura Madre di Dio con la cugina Elisabetta, la Nascita di Gesù nella grotta di Betlemme, l’Adorazione dei Magi, il ritrovamento di Gesù fanciullo fra i dottori del tempio in Gerusalemme. E poi ancora, la Sacra Famiglia di Nazareth, le Nozze di Cana in Galilea, dove Maria “strappa” il primo miracolo a Gesù che trasforma l’acqua in vino per venire incontro all’immediata necessità dei novelli sposi. Quindi, la Deposizione di Gesù dalla Croce, sulle braccia della Madre, ed infine la Discesa dello Spirito Santo sopra la Vergine Santissima e gli Apostoli riuniti in preghiera.
Uno sguardo a parte meritano le quattro grandi vetrate all’interno della cupola che vanno lette partendo dalla prima di destra, la quale raffigura la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, per passare poi a quella che le sta dirimpetto in cui viene narrato l’episodio biblico dell’incontro fra la regina Ester ed il re Assuero.

La vetrata centrale e la corrispettiva, invece, ci mostrano l’Assunzione di Maria Vergine in Cielo e la

Sua incoronazione a Regina dell’Universo.

Le due vetrate poste alle estremità del transetto, invece, ciascuna di cm. 230×130, raffigurano avvenimenti relativi al rapporto fra Randazzo e l’Etna. Precisamente: la prima, sul lato di tramontana, parla della terribile colata lavica del 1981, quando la città, fra il 17 e il 19 Marzo, stava per essere travolta e sepolta dal fuoco del vulcano. Nell’opera sono ben messi in rilievo la basilica di S. Maria, l’Etna in piena eruzione, alcune donne in preghiera e S. Giuseppe nell’atto di fermare l’incandescente lava. Infatti, fu proprio il 19 Marzo, festa in onore di questo grande santo, compatrono della città, che il vulcano inaspettatamente, proprio quando tutti temevano il peggio, spense i suoi bollori.

L’altra opera, sul lato volto a mezzogiorno, sulla sinistra in basso ci presenta due beati morti a Randazzo: il benedettino Placido Campolo ed il carmelitano Luigi Rabatà che rivolgono pietosamente lo sguardo alla Vergine, posta sulla destra in alto, la quale stende già le mani a protezione della città. Vengono raffigurati, altresì, una donna con un bambino, simbolo della maternità dono di Dio, ed ancora una volta l’Etna infuocata che minaccia di travolgere tutto.

Da ricordare infine le altre due vetrate, sempre dello stesso Padre Farina: la prima, sulla facciata interna che dà sul campanile, raffigura “Cristo nostra Pasqua”, con le mani stese sui santi Pietro e Paolo, a significare la Sua perenne presenza nella Chiesa, unica depositaria della Buona Novella e della Verità tramandataci dai quattro Evangelisti i cui simboli peraltro, (l’uomo per S. Matteo, il leone per S. Marco, il toro per S. Luca e l’aquila per S. Giovanni), sono molto ben evidenti e distinguibili.
L’ultima grande opera, posta nella cappella del SS. Crocifisso, rappresenta ancora un episodio “mariano”: la lotta fra la Donna vestita di sole e il Drago, descritta dall’Apostolo S. Giovanni nella sua Apocalisse (12,1-9).

La Donna, oltre che essere vestita di sole, sotto un piede tiene la luna mentre con l’altro schiaccia la testa al serpente (simbolo del male). Sul capo ha una corona di dodici stelle. Alla sua sinistra, un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna, con la coda trascina giù e fa precipitare sulla terra un terzo delle stelle del cielo.

La veste della Donna è di colore giallo pallido, quasi a sfumare nel verde, segno della speranza, mentre il volto “virile” sta a significare la certezza della vittoria.

Vi è, poi, un altro segno sulla parte destra del cielo: il sole viene descritto dall’artista così come fu visto a Fatima nell’ultima apparizione mariana del 13 Ottobre 1917, mentre la terra, più in basso, è avvolta dalle fiamme delle guerre che da sempre hanno reso difficile e travagliato il cammino dell’umanità.

Il drago, così come descritto nell’Apocalisse, è posto davanti alla Donna per divorarle, non appena nato, il Bambino che Essa porta nel grembo; ma ecco prontamente intervenire l’Arcangelo S. Michele che ingaggia una furibonda lotta contro lo stesso mostro, lo sconfigge e lo caccia via dal Cielo, precipitandolo sulla terra avvolta, come dicevamo, dalle fiamme delle guerre che il medesimo drago avrebbe, come suo costume, suscitato.

Tutta la vetrata è animata da una grande e drammatica plasticità che rende un effetto quasi immediato e reale degli avvenimenti descritti, così come tutta l’opera dell’artista è pervasa dall’osservazione acuta e profonda delle cose e degli avvenimenti, dei quali coglie, sempre, gli aspetti più reconditi e mistici.

L’arte sacra di Padre Alberto Farina, del resto, è tutta una profonda lettura della vita alla luce della trascendenza divina che incide su ogni aspetto quotidiano dell’uomo e dell’umanità.

In fondo, la vera arte, dono di Dio all’uomo, altro non dovrebbe essere, a sua volta, che un mezzo per riavvicinare l’uomo a Dio.

a cura di Giuseppe Portale

La Basilica Santa Maria di Randazzo, 450° dalla dedicazione (estratto)